DINA BAUCO CON JACOBS: L’IMPORTANZA DEI GIUDICI

Via della Conciliazione, la Corsa dei Santi, un testimonial d’eccezione, un campione olimpico, Marcell Jacobs. Certo, tutto giusto, didascalia perfetta. Oddio, perfetta no, manca qualcosa. Manca Dina, Dina Bauco, fiduciaria del Gruppo Giudici Gare della Fidal, la donna sorridente e orgogliosa che posa con la medaglia d’oro di Tokyo.

Certe volte non riusciamo a guardare oltre la copertina, ci fermiamo là davanti, incapaci di superare il primo sguardo e di chiederci per esempio: da chi e da cos’è fatta una gara di atletica? Da chi vi partecipa, naturale. Dal pubblico, ci mancherebbe. Ma anche da queste donne e uomini in bianco, che potrebbero starsene tranquillamente a casa e invece sono lì, attenti, con il regolamento come mantra e la consapevolezza di dover garantire a tutti le stesse condizioni.

Certe volte le loro sono maratone, montagne di batterie soprattutto di giovanissimi. Si comincia presto, si finisce tardi. A controllare che ci sia il medico, a misurare, a dare il via. E sì, perché c’è un giudice fra i giudici, lo starter. La sua è la figura più scenica, ne abbiamo conosciuti diversi. Luigi Meschini, con la sua voglia di trasmettere, proteggere l’atletica, la sua gente, la sua umanità, Gustavo Pallicca, al quale capitò di scambiare qualche parola con il grande Carl Lewis; oggi Mario Biagini, che da quasi ragazzino ai Mondiali contribuì a smascherare lo scandalo del salto allungato.

Forse bisognerebbe farci più caso, forse bisognerebbe parlarci, farsi raccontare quale sia la molla che li porta a vestirsi di bianco al caldo, al freddo, all’aperto, sotto un tetto, in strada, in pista, ovunque ci sia una gara da garantire. E allora scusaci Marcell, ma questa foto è per Dina. E per tutti i suoi colleghi.

GABRIELLA DORIO: UN SEGNALE D’ORO A 14 ANNI

Nello sport è successo più di una volta. C’è un momento in cui fra gli addetti ai lavori – giornalisti, tecnici, appassionati – comincia a girare una voce: si parla di un giovane, giovanissimo talento. E si assiste a un frenetico passaparola all’insegna di un pensiero comune: “Occhio, farà strada”. Non sempre alle premesse corrisponde uno sbarco nello sport di vertice. Ma qualche volta succede. E successe anche nel 1971 alla ragazzina della Fiamma che veniva da Vicenza e di cui si dicevano grandi cose.

Le diceva anche lei che sognava a occhi aperti e prenotava con la sfrontatezza dei suoi 14 anni addirittura un futuro da campionessa olimpica. Vanni Loriga, giornalista icona della storia dell’atletica, lo raccontò molti anni dopo. Era accaduto che la stoffa di quella ragazzina gli era stata segnalata da Roberto Vianello, fratello di Raimondo. Con l’invito a raggiungere una domenica di febbraio la pineta di Castelfusano per dare un’occhiata all’astro nascente del mezzofondo femminile. Vanni ci andò e vide Gabriella dominare il cross degli enti di propaganda. Non aveva compiuto ancora 14 anni.

Quel giorno, con quell’autorevolezza che contrastava con il suo sguardo ancora ragazzino, cominciò il viaggio verso la medaglia d’oro olimpica di 13 anni dopo a Los Angeles sui 1500 metri.

Da Castelfusano, quattro mesi dopo, la ragazza tornò a Roma, dove allo stadio dei Marmi vinse una delle gare a cui ha sempre detto di tenere di più: i Giochi della Gioventù (sulla distanza dei 1000 metri). Era nata una stella, che per tanti anni fu protagonista dell’atletica italiana. Da atleta, e non solo, come dimostra questa foto in compagnia di Rebecca Borga e Daisy Osakue.

E L’APPIA RUN ESULTÒ: ECCO VIA ABEBE BIKILA

Ci ha messo 21 anni, ma ce l’ha fatta. La Roma Appia Run, nata nel 1998, ha centrato l’obiettivo nel 2019: una via intitolata ad Abebe Bikila.

Per la precisione nel quartiere della Cecchignola. Nel frattempo, la gara è diventata grande e ha vissuto nel suo viaggio negli anni l’emozione di ospitare la moglie del grande etiope, Yewibdar. “È qui”, le hanno detto gli organizzatori quando l’hanno accompagnata a visitare il museo delle Mura all’Arco di Druso. Lei ha guardato in basso verso la strada e ha pensato a quel 1960 in cui Bikila staccò il marocchino Rhadi e si involò verso un altro Arco, quello di Costantino.

Se Bikila è la fonte di ispirazione della corsa che si svolge generalmente nel mese di aprile, con l’organizzazione dell’Acsi Italia, la cartolina dell’Appia Run è la veduta dall’alto del vialone di Caracalla, il penultimo rettilineo del percorso verso l’oro di Abebe, valorizzata dall’occhio dei droni.

Anche la We Run Rome, la gara dell’ultimo dell’anno, parte su questo palcoscenico tradizionalmente molto podistico. Ma ora eccoci a primavera. Tutti a riempire il vialone e a cominciare a pensarsi un po’ Bikila prendendo la strada verso l’Appia Antica e i suoi mitici basoli, il Parco della Caffarella, il Circo di Massenzio mozzafiato e mille altre suggestioni. Provando all’arrivo, allo stadio Nando Martellini, a fare come il grande Abebe: niente crolli dopo la fatica, ma un imperturbabile stretching defaticante. Considerando che lui corse la maratona e i podisti dell’Appia Run una corsa che è meno di un terzo di quella distanza, ci si può provare…

ANNA CATALANO: L’ATLETICA A COLORI

Anna Catalano era la primavera. Le piaceva quella stagione. Il sole di Roma, le prime gare all’aperto, l’atmosfera di Caracalla: il suo stadio, i suoi amici, le sue amiche. Amicizia è la parola che spiegava meglio il suo modo di vivere l’atletica. L’inizio a 13 anni col fratello Paolo, velocista pure lui fino a vestire l’azzurro nella staffetta 4×100 dei Mondiali dell’87. Da bambini c’erano le sfide sui 20 metri, sempre molto equilibrate.

Alla scuola media “Jacopo Ruffini”, Mostacciano, il professor Cioffi disse ai fratelli che sembravano gemelli (ma avevano un anno di differenza, Paolo era più grande): “Perché non provate con l’atletica?”. E l’atletica volle dire un tecnico preparato, Antonio Rotundo, che accompagnò tutta la loro carriera. I tanti infortuni non impedirono ad Anna di vivere “quel fare atletica in modo discreto, sapendo il fatto suo”, come disse una volta Pietro Mennea.

Chi la conosceva da lontano, un saluto, una breve chiacchierata nell’allenamento, prima o dopo un meeting, veniva colpito dal suo sorriso.

“Un sorriso per ognuno” fu il titolo dell’articolo con cui Vanni Loriga la ricordò sulla rivista “Atletica” dopo l’incidente automobilistico che le costò la vita il 26 giugno del 1989. Un sorriso che colpiva tutti. Anna comparve in uno spot pubblicitario, recitò nel film “Scheggia di vento”. Ma lo sport era in cima a tutto, il tentativo di migliorare quell’11”63 realizzato sui 100 metri a 19 anni, il campo anche senza fissarsi sul cronometro. Soprattutto il campo e i pomeriggi pieni di colori. I colori dell’atletica. I colori di Anna.

FRANCO FAVA: IL GIRAMONDO DAL CUORE MATTO

Siepista, maratoneta, fotografo, giornalista, organizzatore, giramondo, protagonista e testimone di tanta, tantissima atletica. Ci sono molte parole che possono essere associate a Franco Fava. Una persona che ha corso e corre, con le gambe e le parole, sempre con uno speciale carburante: la curiosità.

Ma Franco ha fatto i conti anche con una fastidiosa compagna di viaggio nella sua carriera: la tachicardia. I suoi stop improvvisi nel mezzo di una gara sono diventati storia. Il suo “cuore matto” fu oggetto di studio. Per esempio, una mattina del 1978, domenica 30 aprile, l’Italia degli anni di piombo con Aldo Moro ancora vivo nelle mani dei suoi rapitori. Campionato italiano di maratona che scorre parallelamente alla grande festa degli 11mila della Roma-Ostia. Lui che parte con il numero 1 ma che all’ottavo chilometro si ferma una prima volta.

Sul pulmino che lo segue c’è un’equipe medica che “legge” i suoi battiti grazie al collegamento con un elettrocardiografo “cucito” sul suo corpo. Franco riprende, sta quasi riportandosi sulla coppia di testa formata da Magnani (che vincerà) e Accaputo, ma al venticinquesimo è costretto ancora a fermarsi. E a quel punto si ritira. La diagnosi dei medici: il problema non comporta rischi per la salute. Queste fermate improvvise però sono una zavorra che condiziona le mille imprese atletiche di Fava. Zavorra che non può però impedire a Franco di provare altre emozioni, incontrare altre storie, scoprire tanti, sorprendenti mondi, ad ogni età. Di corsa e non.

PANETTA D’ORO LANCIATO DA UN GRANDE FILM

Il 2 settembre del 1987 esce nelle sale cinematografiche il film “Un ragazzo di Calabria”.

Il regista è Luigi Comencini, nel cast ci sono anche Gian Maria Volonté (l’allenatore-autista di pullman che porta di nascosto il protagonista Mimì sulla strada dell’atletica) e Diego Abatantuono (il papà, totalmente contrario alla passione sportiva del figlio).

Due interpretazioni da applausi. La storia è quella di Mimì, che si scopre velocemente sui tornanti della strada per andare a scuola e poi rimane ipnotizzato dalle immagini della tv che porta nelle case il fascino delle Olimpiadi di Roma. Tre giorni dopo, allo stadio Olimpico di Roma, un ragazzo di Calabria, per la precisione di Siderno, provincia di Reggio Calabria, diventa campione del mondo dei 3000 siepi.

Insomma, il film porta fortuna. E anche se il copione è frutto pure delle telefonate fra il regista e un altro ragazzo vincente del sud, Pietro Mennea (che com’è noto era pugliese, di Barletta), è probabile che proprio l’azzurro delle siepi sia stato una fonte di ispirazione per Comencini. Fatto sta che per Panetta è il giorno più bello: dopo il secondo posto nei 10000, ecco la medaglia d’oro. A colpi di coraggio. A metà gara cade il keniano Kipkemboi proprio nel momento dell’allungo del calabrese. Un allungo che diventa fuga. Una fuga che, falcata dopo falcata, porta a un successo in un Olimpico pieno, pienissimo. Un ragazzo di Calabria trionfa. E stavolta non è solo un film.

SIMEONI E L’OLIMPICO IMPAZZITO PER L’ATLETICA

Primatista, olimpionica, professoressa, conduttrice televisiva. Una, dieci, cento Sara Simeoni. Cento come gli anni di un secolo. Un secolo in cui lei è stata la più brava atleta dello sport italiano. Saltando, certo, pure un record del mondo con il suo volo a 2,01. Vincendo, la medaglia d’oro olimpica a Mosca. Ma soprattutto trasmettendo – all’Italia tutta – l’idea di un protagonismo e di una determinazione al femminile che è diventata esempio, nello sport e fuori. Il suo nome è scritto su una delle mattonelle della walk of fame al Foro Italico. E la sua storia a Roma è lunga, lunghissima. C’è però una notte che forse le batte tutte anche se la concorrenza è grande. È la notte del 5 agosto del 1980, è la notte del mitico debutto del Golden Gala “inventato” da Primo Nebiolo.

C’è la medaglia d’oro di Mosca da festeggiare. Ma quella notte non è una celebrazione, è un tuffo nella bellezza dell’atletica e ha più di qualcosa di olimpico perché propone sfide vietate pure all’Olimpiade per il boicottaggio. È la notte del sold-out, come si dice oggi.

L’Italia è sotto shock per la strage di Bologna di tre giorni prima. C’è tanta tensione, le immagini della stazione sventrata con il suo terribile bilancio di 85 vittime riempie i pensieri di tutti. Forse anche per questo c’è voglia di ritrovarsi, di stare insieme. Sono tanti, forse 70mila, ma i conti sono tutti saltati: si pensava di tenere chiuse le curve che invece vengono aperte a furor di popolo. Davanti a tutto questo, Sara vince, anzi stravince tenendo lontanissime le avversarie con 1,98. Una serata da incorniciare.

IL VIAGGIO DI NICOLA E ALBERTO, QUELLI DELL’HIMALAYA

Si conoscono in una palestra. Nicola Pintus è un docente di educazione fisica, durante il servizio militare si è impegnato con le persone con disabilità. Alberto Rubino, che poi è il suo vicino di casa, è invece un ragazzo autistico e non parla dall’età di tre anni.

Fra di loro, è il 1986, scoppia una scintilla. C’è un complice del loro legame: si chiama sport, atletica in particolare, e quell’atletica specifica che è la corsa lunga, fino alla maratona. In effetti di complici ce ne sono due: c’è pure uno stadio, quello dell’Acqua Acetosa. In quelle corsie, Nicola e Alberto parlano con gli sguardi, le falcate, il fiatone.

La storia è nata sotto casa, ma poi si mette a fare il giro del mondo: partono, viaggiano, corrono. Eccoli a Boston, a New York, ovviamente a Roma. Ma anche in un’incursione sull’Himalaya, a 5300 metri di altitudine. Sono esperienze che li fanno diventare più che amici, quasi fratelli.

Ma succede un’altra cosa: Nicola e Alberto trovano altri fratelli e altri amici. E un nome: Progetto Filippide. E un colore: l’arancione delle maglie della squadra. Ora non sono più soli, arrivano altri ragazzi, altre storie che si incrociano, altri Alberto e altri Nicola che si legano. E a Filippide non bastano più i giovedì allo stadio Paolo Rosi, non basta più Roma. Il Progetto diventa grande, fa il Giro d’Italia, pianta radici, lo sport dei ragazzi autistici non è più un tabù. I due amici dell’Himalaya ne hanno fatta di strada.

KOSTADINOVA: UN RECORD CHE NON VUOLE FINIRE

Difficilmente nell’atletica il record del mondo si sposa con la medaglia d’oro. Ai Mondiali di atletica del 1987, nel giorno del trionfo di Maurizio Damilano, succede invece qualcosa di grande sulla pedana del salto in alto. Dove la bulgara Stefka Kostadinova conquista l’oro e consolida la sua arrampicata in cima al mondo. La ventiduenne dal piccolo e dolce neo sul volto, dopo aver rischiato grosso nel duello con Tamara Bykova a 2,04, superato solo alla terza prova, va oltre 2,06 e quindi prova 2,09.

L’asticella balla ma neanche troppo: Stefka stabilisce il suo terzo primato mondiale outdoor. Il pubblico dell’Olimpico l’ha già adottata e sugli spalti è tutto un “Alé ooh ooh”.

“Non dimenticherò mai quel giorno, il mio giorno perfetto”, dirà tanti anni dopo in un’intervista già nel nuovo ruolo di presidente del comitato olimpico della Bulgaria. L’Olimpico sarà solo l’inizio di una carriera luminosa che è stata anche una caccia al tesoro. L’oro olimpico è infatti arrivato soltanto nel 1996, ad Atlanta, dopo un continuo “non hai vinto, ritenta”. Il record della Kostadinova è tuttora in auge e in poche lo hanno avvicinato. Per l’Olimpico quell’anno fu d’oro. Poche settimane prima del volo di Stefka era stato il marocchino multidistanze del mezzofondo Said Aouita a stabilire il primato di 12’58”39 sui 5000 metri nel Golden Gala che aveva battezzato la nuova pista realizzata per i Mondiali. C’è ancora qualcuno che insiste sul fatto che a Roma fa troppo caldo e che quella dell’Olimpico non è una terra da record del mondo?

RENATO FUNICIELLO: UN GEOLOGO FRA LE RIPETUTE

Un uomo semplice, affabile, pieno di risorse quando si parlava di sport, dentro la scorza di un professore universitario, geologo di grande caratura, un curriculum che coerentemente con lo stile del suo personaggio, lui teneva a minimizzare. Un personaggio che scrive un libro in lingua inglese sugli studi dei terremoti in Italia e porta al Cus Roma una fialetta di polvere che tutti guardavano un po’ schifati, prima di spiegare con noncuranza che erano polveri lunari assegnate all’Italia dalla Nasa per studiarle: questa appassionata duplicità la dice tutta su questo grande ricercatore.

Ma attenzione, perché l’altro Funiciello, quello del campo, del cronometro, degli allenamenti dei fuoriclasse neozelandesi nei giorni delle Olimpiadi di Roma “spiati” con curiosità, non era da meno. È stato un grande tecnico che lavorando fianco a fianco con Oscar Barletta provava a cambiare il mezzofondo in Italia, senza fare rivoluzioni sanguinarie. Ha fatto un po’ tutto: dirigente, allenatore e anche presidente del comitato laziale dell’atletica.

Il ‘tutto’ svolgendo il proprio lavoro accademico e intercalandolo con il ruolo di semplice uomo da campo con la massima naturalezza, quasi fossero cose scontate e di nessuna rilevanza.

Questa sua doppia veste è finita anche in un libro, “Un geologo in campo”, che a dieci anni di distanza dalla sua morte ha voluto rievocare la doppia corsia della sua vita, la sua ricerca scientifica e l’irresistibile calamita che lo riportava in mezzo alle piste, per esempio con Umberto Risi, l’atleta simbolo della sua esperienza di tecnico, oggi grande dispensatore di consigli a tutto il popolo podistico dello stadio Paolo Rosi.

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